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ForseGiorgio “Tutto normale” è il nuovo Disco della Settimana Nicola Civitarese

Sul pubblico.
(Appunti per una questione non marginale)
Non intendo entrare nel merito delle canzoni.
I parametri estetici mutano, e mutano rapidamente. Cambiano i codici, le filiere produttive, le metriche di successo, i dispositivi di fruizione.
Conosco perfettamente le dinamiche dell’industria dello spettacolo contemporanea e so che il Festival di Sanremo è, oggi più che mai, un grande evento di intrattenimento, un organismo complesso che risponde a logiche economiche, televisive e digitali integrate.
Non è questo il punto. Il punto è il pubblico.
Esiste una differenza antropologica, prima ancora che estetica, tra il pubblico che sceglie di esserci e il pubblico che viene organizzato per reagire.
Il primo è portatore di intenzionalità.
Ha una biografia, una memoria musicale, una disposizione al rischio emotivo.
Si espone. Può applaudire, può dissentire, può persino sbagliare.
Ma la sua presenza è un atto.
Il secondo è un dispositivo.
Non è necessariamente una colpa individuale. È una funzione strutturale.
È un elemento di regia. È parte dell’ingegneria dell’evento.
Il suo compito non è interpretare, ma segnalare. Indica allo spettatore remoto il momento esatto in cui l’emozione è consentita. È una pedagogia implicita del sentire.
La questione non è morale. È sistemica.
Da decenni la cultura dello spettacolo ha progressivamente spostato il baricentro dalla relazione all’orientamento. Il pubblico non viene più interrogato ma predisposto. Non viene più messo in condizione di reagire, bensì di confermare. La spontaneità, elemento imprevedibile e dunque rischioso, viene sostituita dalla coreografia del consenso.
Questo passaggio produce una mutazione silenziosa. Quando il pubblico smette di essere soggetto critico e diventa funzione drammaturgica, si altera l’ecosistema simbolico. La scena non dialoga più con la platea. La scena include la platea come parte del proprio apparato.
Il risultato è una rassicurazione permanente.
Un pubblico fabbricato non sorprende. Non destabilizza. Non costringe l’artista a misurarsi con l’imprevisto. Convalida. E la convalida, se reiterata, diventa la forma più elegante di sterilizzazione del conflitto estetico.
Ogni grande stagione culturale è stata generata da una tensione tra opera e ricezione. Senza attrito non c’è evoluzione. Senza la possibilità di un silenzio imbarazzato o di un dissenso autentico, lo spettacolo perde la sua dimensione dialettica e si riduce a protocollo.
La domanda allora non è nostalgica. Non riguarda un passato idealizzato. Riguarda la funzione civile del pubblico. Una comunità che rinuncia alla capacità critica del proprio ascolto rinuncia a una porzione della propria intelligenza collettiva. Non si tratta solo di musica o di televisione. Si tratta della qualità della nostra partecipazione simbolica.
So bene di essere parte in causa.
Ho attraversato stagioni diverse dello spettacolo italiano.
La mia posizione non è neutrale.
Ma la parzialità, talvolta, è semplicemente il nome che diamo alla memoria quando decide di non tacere.
di Auro Zelli
Scritto da: Pino Cavuoti
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